Lunedì, Settembre 28, 2026

Psicoanalisi e psicosi: processi clinici e prospettive di ricerca (9 maggio 2026). Report a cura di Francesca Fabiani

Il 9 maggio il Centro di Psicoanalisi Romano ha inaugurato il ciclo “Esplorazioni del processo analitico” con una mattinata di studio dal titolo “Psicoanalisi e psicosi: processi clinici e prospettive di ricerca”.

I lavori, introdotti e accompagnati da David Ventura, hanno visto susseguirsi gli interventi di Basilio Bonfiglio, Trofimena Gargano, Massimo Vigna-Taglianti e Anatolia Salone, che hanno affrontato il tema della psicosi da differenti prospettive cliniche e teoriche.

Basilio Bonfiglio ha aperto i lavori soffermandosi sulla costruzione dell’ambiente analitico e sulle condizioni che possono rendere possibile, nella relazione tra analista e analizzando, un lavoro di trasformazione.

Bonfiglio affronta il tema della psicosi a partire dal rapporto tra sviluppo del soggetto e qualità delle prime esperienze relazionali, sottolineando il ruolo dell’ambiente nella costituzione del senso di sé e nella progressiva integrazione delle dimensioni psichiche e somatiche. In questa prospettiva, il funzionamento psicotico viene considerato alla luce delle esperienze relazionali che ne hanno accompagnato la costituzione. Viene pertanto evidenziato il rischio di una lettura centrata prevalentemente sulla “malattia” e sulle carenze del paziente, che finisca per oscurarne risorse, aspirazioni e potenzialità.

Attraverso un frammento relativo alle fasi iniziali di un’analisi con una giovane paziente in condizioni di grave sofferenza psicotica, Bonfiglio mostra come, in situazioni nelle quali l’esperienza emotiva è ancora fortemente ancorata al corpo e scarsamente simbolizzata, il lavoro analitico richieda innanzitutto la realizzazione di un ambiente capace di accogliere e contenere stati emotivi intensi e difficilmente rappresentabili. Particolare rilievo assume l’ascolto, da parte dell’analista, dei propri vissuti emotivi e corporei, insieme all’attenzione alla comunicazione non verbale, intesi come strumenti per avvicinarsi a ciò che non è ancora accessibile in altro modo.

La relazione analitica viene quindi concepita come un processo progressivo di costruzione condivisa, nel quale anche comportamenti apparentemente oppositivi o non collaborativi possono essere compresi diversamente se letti all’interno della specifica dinamica della coppia analitica. La capacità dell’analista di tollerare l’incertezza, di riconoscere gli stati emotivi della paziente e di modulare i propri interventi contribuisce alla formazione di una nuova qualità della relazione, definita anche nei termini di una “alleanza terapeutica inconscia”. In questo processo, elaborazioni ed esperienze dell’analista possono progressivamente essere recepite dall’analizzando e concorrere alla costruzione di nuove “strutture di significato”.

L’intervento si conclude con una valorizzazione delle fasi iniziali del percorso analitico, nelle quali trasformazioni anche rilevanti possono prodursi in modo silenzioso e apparentemente improvviso. L’attenzione dell’analista deve quindi rivolgersi non soltanto ai segnali della sofferenza, ma anche a quei segnali, talvolta ancora poco evidenti, che esprimono desideri, aspirazioni e potenzialità trasformative dell’analizzando.

A chiusura dell’intervento, David Ventura ha ripreso la centralità dell’esperienza che il paziente vive con l’analista, prima ancora che questa possa assumere una forma di significatività, sottolineando il sollievo che può derivare dal sentirsi riconosciuto nel proprio tentativo di collaborare.

A partire da queste considerazioni, Ventura ha introdotto il lavoro di Trofimena Gargano, che ha proseguito la riflessione sullo stesso percorso analitico presentato da Bonfiglio, soffermandosi sulle trasformazioni dell’esperienza della paziente nel corso del lavoro con l’analista.

Concentrandosi sull’evoluzione del processo analitico e, in particolare, sulla progressiva trasformazione del vissuto persecutorio della paziente, Gargano descrive il lavoro dell’analista come un processo di condivisione e attribuzione di significato a esperienze che inizialmente si presentano in forma prevalentemente delirante e non integrata. Attraverso la possibilità di riconoscere gli stati emotivi sottostanti alle convinzioni persecutorie, si apre progressivamente uno spazio nel quale la paziente può iniziare a mettere in relazione ciò che vive con il proprio mondo interno, avvicinandosi a una forma di pensiero più riflessiva.

Un passaggio significativo riguarda la progressiva acquisizione della capacità di utilizzare il “come se”, che consente di mantenere una distanza tra esperienza interna e realtà esterna senza dover ricorrere esclusivamente alla costruzione delirante. In questo spazio intermedio diventa possibile riconoscere aspetti di sé precedentemente vissuti come estranei o persecutori e avviare un dialogo più articolato con la propria esperienza. Il lavoro analitico permette inoltre di approfondire il rapporto con le figure familiari e, in particolare, le ambivalenze legate alla relazione con la madre, favorendo nel tempo una maggiore capacità di collegare le esperienze attuali con quelle del passato.

Gargano mostra quindi come il percorso di trasformazione consista nella progressiva costruzione di una continuità del senso di sé e della capacità di stare nella relazione e nel mondo. Attraverso il lavoro analitico la paziente acquisisce una maggiore consapevolezza dei propri pensieri e vissuti, fino a sviluppare una crescente capacità di riconoscere e pensare anche le proprie parti più fragili e conflittuali. Il percorso viene così proposto come esempio di come la realizzazione di un ambiente analitico sufficientemente affidabile possa sostenere, nel tempo, processi di integrazione e trasformazione anche in condizioni di grave sofferenza psicotica.

Su un diverso versante, il contributo di Massimo Vigna-Taglianti riprende il tema della trasformazione dell’esperienza, soffermandosi in particolare sulla funzione del sogno e sulla sua capacità di dare forma e significato a ciò che non ha ancora trovato una rappresentazione psichica.

L’intervento propone una concezione del sogno che si discosta dall’idea di una produzione prevalentemente simbolica da decifrare e ne mette invece in evidenza la funzione trasformativa. Il riferimento centrale è alla prospettiva introdotta da Ferenczi, nella quale il sogno può costituire uno strumento attraverso cui la realtà psichica interna entra in rapporto con quella esterna e attraverso cui esperienze che non sono ancora state pensate o rappresentate possono acquisire progressivamente una forma psichica. In questa prospettiva assume particolare rilievo la funzione traumatolitica del sogno: il materiale onirico può riproporre un’esperienza dolorosa non sufficientemente elaborata, nel tentativo di trasformarla in qualcosa di maggiormente rappresentabile e quindi psichicamente metabolizzabile.

Il sogno viene così concepito come una memoria stratificata e dinamicamente in movimento, nella quale passato e presente possono intrecciarsi. Non si tratta quindi soltanto della riemersione di contenuti inconsci preesistenti, ma di un processo di elaborazione che prende forma anche a partire da ciò che accade nella relazione analitica. Il sogno può infatti rielaborare elementi provenienti dall’interazione attuale tra paziente e analista, dando loro forme espressive specifiche della particolare coppia analitica.

Particolarmente importante è il riferimento alle esperienze pre-simboliche o non ancora rappresentabili. Il sogno può fornire una prima forma di pensabilità a esperienze traumatiche per le quali, in un determinato momento dell’analisi, non esistono ancora né un contenitore psichico adeguato né parole sufficienti per comunicarle. In questo senso il sogno costituisce una sorta di ponte tra l’intrapsichico e l’intersoggettivo: permette di rappresentare e integrare progressivamente la propria esperienza, facendo emergere anche trasformazioni che stanno avvenendo nel funzionamento mentale del paziente.

Nella parte conclusiva, questa prospettiva porta a considerare il sogno come uno spazio transizionale, paragonabile a quello del gioco, nel quale storia passata e storia recente della coppia analitica possono essere riprese, ri-presentate e nuovamente significate. Da qui deriva anche una particolare responsabilità dell’analista, chiamato a essere un interlocutore sufficientemente responsivo e contenitivo, capace di cogliere non soltanto il contenuto manifesto del sogno, ma anche le emozioni e gli abbozzi di trasformazione del funzionamento psichico che esso veicola. L’analista può così, temporaneamente, “prestare” emozioni, affetti e rappresentazioni quando il paziente non è ancora in grado di sperimentarli e pensarli autonomamente.

La riflessione di Vigna-Taglianti sul sogno come luogo nel quale esperienze non ancora rappresentate possono trovare una prima possibilità di trasformazione conduce a interrogarsi sulle condizioni più originarie della possibilità stessa di fare esperienza e di trasformarla.

È questo il terreno sul quale si colloca il contributo di Anatolia Salone, che sposta l’attenzione verso la dimensione corporea e intercorporea dello sviluppo, interrogando il rapporto tra continuità e discontinuità nella costituzione del Sé e nelle successive esperienze psicotiche. Il corpo, la sintonizzazione e la relazione con l’ambiente diventano così il punto di osservazione a partire dal quale comprendere come l’esperienza possa progressivamente organizzarsi e, quando questo processo si interrompe, quali siano le conseguenze sul piano psichico.

Anatolia Salone propone una riflessione sulla psicosi a partire dalla tensione tra continuità evolutiva e rottura, mettendo in dialogo una concezione processuale dello sviluppo con quella che sottolinea invece la radicalità della frattura psicotica. Il lavoro attraversa diversi livelli — dallo sviluppo fetale e neonatale alla costruzione del Sé corporeo, dalla sintonizzazione affettiva alla funzione dell’ambiente, fino alle condizioni che possono condurre alla frammentazione psicotica e alle implicazioni per il lavoro analitico. Il nucleo principale può tuttavia essere individuato nell’idea che la costituzione del Sé avvenga fin dalle fasi più precoci all’interno di una matrice intercorporea e relazionale, nella quale il corpo rappresenta il primo campo di esperienza e di comunicazione con l’altro.

I dati provenienti dalla ricerca sullo sviluppo fetale e dalle neuroscienze vengono utilizzati per sottolineare come, già prima della nascita, siano presenti forme organizzate di attività senso-motoria e percettiva e una progressiva capacità di differenziazione e di risposta all’ambiente. Dopo la nascita, l’esperienza corporea del bambino continua a organizzarsi attraverso il contatto con la madre e con le figure di accudimento, mediante processi di sintonizzazione, co-regolazione e sincronizzazione dei ritmi corporei.

Un elemento particolarmente significativo è che questa sintonizzazione non debba essere intesa come una corrispondenza perfetta: anche i momenti di disallineamento, quando possono essere riconosciuti e trasformati all’interno della relazione, costituiscono una componente necessaria dello sviluppo e contribuiscono progressivamente alla distinzione tra sé e altro.

È proprio all’interno di questa dinamica tra continuità e discontinuità che Salone colloca la possibilità di comprendere la psicosi. Da un lato, la prospettiva evolutiva permette di pensare i funzionamenti psicotici come presenti, in forme e gradi differenti, lungo la continuità dello sviluppo e non esclusivamente come esito di una rottura improvvisa; dall’altro, non viene negata la dimensione traumatica e radicale del breakdown psicotico, nel quale l’esperienza sensoriale può assumere un’intensità tale da saturare lo spazio psichico e compromettere la possibilità di trasformazione e condivisione.

Quando l’ambiente primario non riesce sufficientemente a contenere e trasformare l’esperienza del bambino, ciò che non può essere elaborato può rimanere maggiormente ancorato al corpo e alla dimensione sensoriale, fino a contribuire alla costruzione di modalità difensive fortemente ritirate e, nelle condizioni più gravi, alla disgregazione del senso di continuità del Sé.

In questa prospettiva, il riferimento alla funzione di rêverie e di contenimento dell’ambiente permette di collegare direttamente la riflessione sullo sviluppo alla pratica clinica: il compito dell’analista non consiste tanto nell’applicare un sapere già costituito, quanto nell’offrire una relazione sufficientemente sintonizzata e ricettiva nella quale le esperienze corporee, affettive e sensoriali possano progressivamente trovare una forma e diventare trasformabili.

Continuità e discontinuità non sono quindi semplicemente due modalità alternative per descrivere la psicosi, ma diventano coordinate per pensare insieme sviluppo, vulnerabilità e cura: anche nelle condizioni di maggiore frammentazione possono permanere aree e processi capaci di mantenere una qualche continuità, e proprio questi possono costituire un punto di accesso privilegiato per il lavoro psicoanalitico. In questo senso, la valorizzazione dell’intercorporeità e della dimensione somatica non sostituisce la prospettiva psicoanalitica con una lettura biologica, ma amplia il campo di pensabilità della clinica, offrendo elementi per comprendere come l’esperienza possa passare dal corpo alla relazione, dalla relazione al pensiero e, nei quadri psicotici, come questo processo possa interrompersi o disorganizzarsi e come la relazione analitica possa contribuire a riattivarlo.

Gli interventi che hanno seguito le relazioni hanno ripreso, da prospettive differenti, alcuni dei temi attraversati nel corso della giornata, facendo emergere un filo comune intorno al rapporto tra corpo, esperienza affettiva e relazione. Sono tornati, in particolare, i temi della sintonizzazione e dell’intercorporeità, insieme al ruolo dell’analista e dell’ambiente relazionale, interrogandosi sulle modalità attraverso le quali l’esperienza corporea e affettiva possa trovare, nella relazione, forme progressivamente più rappresentabili e pensabili.

 

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