“verrà sempre il momento in cui [l’analista] dovrà
riprodurre con le sue stesse mani l’assassinio un
tempo perpetrato dal paziente” (Ferenczi, 1932, 112)
Altri film
Il film, già nella sala mi ha riportato un ricordo di alcuni anni fa. Nel servizio psichiatrico dove avevo cominciato a lavorare seguivo Daniele, un giovane ragazzo bello e dai modi gentili, che puntualmente veniva ricoverato in TSO per aggressioni alla madre, vedova, con cui viveva. Il ricovero metteva distanza solo temporaneamente in una coppia simbiotica e psicoticamente edipica che le crisi violente puntualmente incrinavano. In reparto tutti noi sentivamo un’aria di violenza insieme ad impotenza perché la dimissione non introduceva mai una dimensione di separazione fra loro due. Ero in vacanza d’estate e, mentre Saddam Hussein invadeva il Kuwait, seppi dalla radio che Daniele aveva accoltellato la madre. Quando la polizia e l’ambulanza da lui chiamate arrivarono in casa il cronista alla radio riportò, incredulo a sua volta, la sorpresa di un infermiere che riferiva come Daniele, al loro arrivo aveva avuto un sospiro di sollievo. Confesso che io, purtroppo, non mi sorpresi affatto.
Elisa
Dopo 10 anni di carcere in cui ti sei fermata a farti portare dalla corrente del tempo senza fare nulla per governare la tua vita, incontri qualcuno che ti consegna la tua vita di allora che ti ha portato fino ad ora.: “Oggi 3 marzo, primo incontro con Elisa Zanetti”. Il problema che si pone subito è cosa può essere accaduto in quei 10 anni di carcere: sei in attesa di poter finire la tua pena e riprenderla ora che hai pagato la tua colpa o hai avuto bisogno di sospendere la tua vita solo per sopravvivere?: “Adesso puoi fare richiesta di semilibertà e potrai tornare fuori!”. Elisa presenta la sua posizione che dall’esterno non si comprende: “non ho nessuna intenzione di chiedere la semilibertà!”. Per me è il sospetto che dietro la storia esplicita ce ne sia un’altra che bisogna seguire.
Per una buona parte dell’inizio, trovo che il film sia monotono e si fondi sulla terribile eccezionalità della storia. Poi arriva anche il criminologo che va nel carcere per le sue ricerche. Elisa ascolta le sue lezioni e accetta di dialogare con lui. Comincio a temere che si stia delineando il solito registro di indagine psicologica che, soprattutto nelle situazioni gravemente traumatiche, è alla ricerca delle ragioni che hanno imposto la rimozione: “Mi scusi, Elisa, penso che dovremmo parlare di omicidio e non del “fatto” perché lei possa rendersi conto della cosa terribile che ha compiuto!”. Il criminologo parla della tesi cara alla cultura comune che in ognuno di noi ci sia un mostro interiore che, quando, attraverso i sintomi, dà segnali di non poter rimanere contenuto, è necessario che emerga e sia finalmente riconosciuto. La psicoanalisi ha in parte fornito una giustificazione a questa posizione che per la cultura comune è rassicurante e, soprattutto all’inizio, ha suggerito che la guarigione nelle situazioni nevrotiche consisteva nel “far subentrare l’Io dove era l’Es” (Freud, 1932, 190). Per questo Elisa tornerà ai colloqui che il criminologo le offre.
Il film per me, ha una netta svolta quando il professore deroga dal progetto che stava curando: “in genere io faccio solo 4 colloqui in queste situazioni, ma vedo che lei sta cominciando a ricordare e per questo penso che faremo qualcosa di diverso perché lei possa continuare a ricordare!”. Il processo, quindi, non si svelerà attraverso la neutralità del terapeuta, ma il terapeuta viene assorbito seduttivamente nel processo. Passo dalla noia all’interesse per quello che sta accadendo. Infatti nel colloquio successivo Elisa confessa che ha letto i libri del professore ed ha capito quale possa essere il suo metodo. A questo punto il colloquio prende un vortice di grande interesse. Elisa ribalta i piani e chiede: “per quale motivo, lei, è interessato a queste storie? E alla mia storia?”. Il professore prova a rispondere: “ciò che mi chiede mi tocca profondamente, ma siamo qui per interrogarci su quello che è successo a lei!”. Elisa sente la violenza della risposta e ribadisce: “lei non mi risponde: vuole parlare di me, ma io le ho fatto una domanda su di lei!”. Il professore riporta il colloquio su temi più generali. Quindi Elisa può alzarsi ed andare via: “lei parla ancora di colpa e degli altri! Io non voglio continuare questi colloqui!”. In parallelo la stessa dinamica accade con Laura (Valeria Golino), un’altra allieva delle lezioni che il professore tiene in carcere. Anche lei ha letto tutti i libri del professore il quale le suggerisce di cercare di parlare, capire le ragioni che hanno portato un gruppo di violenti ad ammazzare il figlio che semplicemente voleva difendere una barbona aggredita da loro. Anche questa madre riconosce che il professore è sempre alla ricerca della colpa e delle ragioni “inconsce” che ne sono alla base. Infatti: “credo che la responsabilità del colpevole vada cercata nella sua umanità”. Come Elisa anche questa madre gli propone una posizione di sospensione che, però il professore interpreta come rimozione dovuta all’odio: “io non ho detto nulla e non mi interessa perdonare! Non mi è servito a niente guardare il male (Laura)”. Anche questa madre – pure lei conosce bene il professore perché ne ha letto tutti i libri – si alza e abbandona il colloquio. A questo punto il film porta in parallelo la storia di allora con le vicende di ora. Allora Elisa deve fare i conti con una violenza terribile che la invade ed ora deve evitare che il professore e tutti quelli che le sono intorno la espongano alla consapevolezza di quella storia. Sappiamo tutti che ad un certo punto della sua storia, gli anni ’70, la psicoanalisi è passata dalla colpa alla psicoanalisi dell’uomo tragico (Kohut). Nel film la domanda si ripropone: Elisa deve occuparsi della sua colpa che va riconosciuta e, quindi, attraverso la “terapia” del carcere, si salverà riconoscendola ed integrandola, oppure Elisa ha usato quei 10 anni per sospendere un processo insostenibile che ora, attraverso il criminologo e le possibilità di uscire da quella condizione di sospensione (il carcere) le si ripropone con la stessa violenza di allora? In sostanza: si tratta di svelare la rimozione oppure di riprendere un percorso sospeso (dissociato) dove la “colpa” la ricavi e ti viene attribuita non per quello che hai fatto, ma per quello che non hai fatto perché allora non eri capace di realizzarlo? E’ indicativo che, dopo il film chiedo ad Andrea, Daniela ed Annamaria se, anche loro, quando Elisa ritorna dal professore abbiano sentito che avrebbe potuto attaccarlo fisicamente… una sensazione di minaccia esplosiva portata da Elisa. Scopro che tutti noi avevamo sentito la stessa emozione: Elisa che torna dal professore avrebbe potuto ammazzarlo come era accaduto per la sorella 10 anni prima.
Alcuni giorni fa una mia amica, insegnante alle scuole superiori, mi parla di una sua alunna che, dopo diversi colloqui avuti con lei in modo informale, le ha parlato di un clima di violenza in casa dove il padre picchia la madre. Lei stessa, ora, ha un ragazzo che per nulla la picchia. Quindi, ha accettato l’invito della sua insegnante a farsi seguire dalle psicologhe del Centro Antiviolenza. Recentemente l’ha ricontattata perché “le psicologhe le chiedono sempre di raccontare della violenza del padre, alcolista, che picchia la madre e le ripetono di lasciare il suo ragazzo. Lei non ce la fa a raccontare ed ha ricordato le chiacchierate con la sua professoressa…!”. La psicoanalisi del professore criminologo ti chiede di raccontare il trauma che hai rimosso, ma chi indaga nella tua vita deve anche sapere che il trauma, prima che essere tuo padre che beve e picchia tua madre, è tuo padre che non rispetta la tua fragilità e il tuo diritto di crescere e ti impone di essere forte per forza perché non puoi contare su di lui. La tua professoressa si è presentata accogliente e fragile e ti ha inviata alle psicologhe che sono capaci di aiutarti meglio di lei. Tu, prima di avere il coraggio o riuscire a ricordare e decidere, hai bisogno di sentire che una professoressa condivide con te l’impotenza e la paura per quello che ti succede. Elisa lo ribadisce al professore che le propone il coraggio di poter ricordare la sua storia: “non ho mai avuto coraggio in vita mia… solo paura… soprattutto di me stessa!”.
Quindi, indagare per il criminologo e per ogni terapeuta può essere anche corretto, ma se non cogli e condividi la paura e la fragilità può essere la riproposizione di un trauma che per 10 anni è stato sospeso nel carcere. Ora ti vogliono riportare fuori e ti mandano uno esperto dei ricordi e del coraggio e che sa bene che “Il mistero di chi provoca dolore è ancora più profondo di quello di chi lo subisce”. Finalmente nel carcere dove incontri il criminologo ritrovi la paura e accade anche che la presenti alla tua compagna di stanza. Lei sente la paura e nel laboratorio ha pensato un piccolo regalo per te. Ti sveglia e te lo porge: “è bello… brava!”. Elisa non può crederci, ma “è per te… l’ho fatto per te!”. Ti lascia dormire, ma continua (come noi di qua dallo schermo) ad avere paura. Poi c’è Radice, il vigilantes del carcere, che ti vede mentre tieni lontano tuo padre. Ti fa domande, ma non insiste e, preoccupato, invita una collaboratrice a farti visita. Poi c’è il direttore del carcere che ti vede mentre tieni lontano il professore e lui prende per te la decisione di tenere lontano il professore che insiste a volerti incontrare “perché si è giunti ad una svolta ed ora Elisa ha cominciato a ricordare!”. Il direttore ribadisce lo statuto della dissociazione che per il professore è solo rimozione e propone di rispettare che “al processo Elisa ha sempre detto di non ricordare niente!”.
Il film ora può permettersi le immagini più cruente. Sicuramente è una soluzione narrativa, ma trovo che sia una felice soluzione perché queste immagini accadono ora, perché ora c’è la possibilità (necessità?) di ricordare finalmente in un contesto sensibile che condivide la tua fragilità.
Ora il film dice che bloccherai la vita di tua sorella con cui sei identificata perché le vuoi bene ma le sue capacità, che tu non senti tue, ti fanno male. Quindi: “le apparenze contano molto: tutto deve essere lindo, pulito… rassicurante! Dovevo tenere tutto sotto controllo”. In una fase della tua vita la tua fragilità diventa urgente e il controllo non è più possibile. Non vorresti ammazzare tua sorella, ma devi consegnare a qualcuno la tua fragilità che senti mostruosa e che non puoi più tenere da sola. Tua madre finalmente comincia a conoscerti, ma non te lo puoi permettere e proverai a bruciare anche lei: “tu la devi dire la verità… io ti conosco, sai?”. Elisa si sta presentando nella sua fragilità che il mondo e se stessa trova mostruosa e, finalmente, il mondo la coglierà e potrà contenerla (fermarla). Il carcere, a questo punto giunge come un sollievo.
Vediamo che Elisa alla fine riesce ad uscire dal carcere e la troviamo in un autobus e sembra riprendere la vita dove l’aveva sospesa. Non sappiamo più nulla del padre che la visitava continuamente o dei personaggi che animavano il suo ritiro nel carcere. Legge una lettera del professore che finalmente risponde alla domanda che a suo tempo aveva evitato. Ha smesso di essere il criminologo che indaga e ora la distanza fisica è ottimale perché ci si possa incontrare senza invasione riconoscendo che “alla fin fine noi otteniamo successo sbagliando, sbagliando a modo del paziente” (Winnicott, 1963, 293). Quindi confessa che continua a pensare a lei, ma facendosi domande a cui non sa rispondere.
Io mentre lascio il cinema penso che ora, attraverso la distanza ottimale con il criminologo che in modo violento e agito aveva provato ad avvicinarsi a lei, Elisa può sentire riconosciuta finalmente da un altro la dimensione mostruosa che solo il carcere aveva potuto sospendere: “poi lo psicologo mi ha portato sulla tomba di mia sorella e lì per la prima volta ho visto l’immagine del fuoco… di mia sorella che bruciava”
“ciò che Hannah è in grado di identificare in me è la
forza che non deriva dall’odiare le parti di sé piene
di vergogna, ma dall’accettazione del dolore psichico”
(Benjamin, 2017, 218)
Riferimenti bibliografici
Benjamin J. (2017). Il riconoscimento reciproco, Cortina, Milano, 2019.
Ferenczi S. (1932), Diario Clinico, Cortina, Milano, 1988.
Freud S. (1932). Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni), O.S.F. 11.
Winnicott, 1963 “la dipendenza nell’assistenza all’infante, al bambino e nella situazione analitica”, in Sviluppo affettivo e ambiente (1970), Armando, Roma, 283-293.