“i dati non devono essere valutati sulla base
della loro veridicità o erroneità, ma come gradi
o fenomeni di dissociazione della personalità”
(Bleger, 1964, 229)
Uscendo dal cinema
Il film mi ha posto alcuni quesiti:
$. 1. E’ possibile ipotizzare un processo di relazione fra due soggetti in cui si possa escludere la suggestione e la seduzione? E se, come io penso, non sia possibile,
2. Qual è la funzione della suggestione e della seduzione nel processo analitico?
l’analista che non c’è
“Anche tu mi hai fatto del male! E avevi promesso che non l’avresti mai fatto!... Qual è il tuo vero nome?” “Sono Philip!”; “Io Mia”. L’inquadratura va sulle due mani che si stringono perché finalmente sono arrivati a conoscersi.
Per uno psicoanalista, il film fa pensare a tutto quello che non deve fare perché bisogna prendere le distanze dalla suggestione ed evitare la seduzione che pure il paziente cerca di attribuirti. Infatti, si prescrive che l’analista sia “opaco per l’analizzando e, come una lastra di specchio, si mostri soltanto ciò che gli viene mostrato” (Freud, 1912, 539). Allora, il punto che pone il film è: “quale è la verità che paziente ed analista si scambiano?.
Mia rimprovera a Philip che le ha fatto del male pur avendole promesso che non l’avrebbe mai fatto. Philip si scusa con lei, ma sa che non poteva fare altrimenti. Il film a me ha fatto pensare che il dolore non viene da Philip, ma dal processo in cui Philip accetta (per necessità…) di esserci. Se vuoi essere buono, puoi sapere sin dall’inizio che cosa dovrai fare e quando uscire di scena “evitando che Mia si affezioni troppo a te!”. Alla fine era la tesi (molto amata dai film…) della prima psicoanalisi: la terapia deve finire con la risoluzione del transfert e l’analista come un bravo “Kevin” saprà come andarsene. Sin dall’inizio ti accorgi che, per ora, il film va a senso unico: tu ti occupi della vita degli altri e dalla tua finestra puoi guardare nelle finestre delle vite degli altri. Ti chiedi: ma gli altri ti vedono mentre tu stai spiando nei loro appartamenti che ti si presentano come infinite tessere luminose che contengono vite di cui ti puoi incuriosire, ma di cui non sai nulla? All’inizio sembra proprio di no: tu vedi, ma nessuno vede te, anche perché nel tuo piccolo appartamento c’è solo disordine e per stare meglio puoi solo guardare le finestre degli altri.
Poi c’è la vita di Philip Vanderploeg, un attore americano in decadenza. Tu hai bisogno di lavorare e ti trovi per forza dovunque ci sia lavoro: “spero tu abbia un abito scuro.. se parti ora forse fai in tempo…Pagano bene!”. Ti trovi dentro una situazione surreale: un morto che durante il suo funerale si sveglia e saluta tutti, perché voleva conoscere - da vivo – “l’emozione di essere compianto da quelli che rimangono!”. Sei in una situazione di profondo fallimento della tua vita e, forse per questo, è potente la seduzione di poter dare agli altri quello che loro desiderano: “cosa credi che facciamo qui? Noi vendiamo emozioni. Recitiamo ruoli nella vita dei clienti. Genitori fratelli, fidanzati fidanzate, migliori amici e li aiutiamo a colmare un vuoto”. Questo ti consegna un potere enorme, ma anche una responsabilità insostenibile: “e io a che vi servo!...Sono un attore. Non so come aiutare le persone!” Dopo molte perplessità accetti perché tutti ti hanno conosciuto quando eri la star di uno spot pubblicitario.
Il tuo primo incarico ti mette molto in crisi perché devi fingere amore e responsabilità per una donna che non sa come presentare la propria compagna alla sua famiglia. In agenzia te lo fanno notare: “hai fatto qualcosa di importante e se non l’avessi fatto quella ragazza sarebbe stata infelice!” Ancora, nel film un analista vede tutto quello che l’analisi non è e che un analista non deve fare.
Poi Mia, una bambina di cui devi fingere di essere suo padre e poi un vecchio attore che, oramai dimenticato, di cui la figlia ti chiede di fingerti giornalista perché si possa sentire intervistato da qualcuno. Ben presto il film mette in crisi questa posizione seduttiva unilaterale dove tu consegni desideri realizzati a gente che per quei desideri sospesi vive un dolore incurabile. Il passo successivo è quando questi soggetti di cui ti prendi cura cominciano ad emozionarti e, inevitabilmente si insinuano nella tua vita: “Sono vissuto senza un padre… non credo che saprei come fare…”. Poi Gan Furukawa, il vecchio attore dimenticato che sembra riportarti esattamente la situazione in cui tu vivi.” “Perché l’hai fatto?”; “ho pensato che avrei potuto essere un buon padre!”. Ora dal tuo piccolo e disordinato appartamento vedi nelle case degli altri e trovi la tua storia. Ma devi rimanere distante e non puoi entrare troppo nella loro vita: “lei non è pagato per dirmi come educare mia figlia!” e, quando Mia ti ha obbligato a darle il tuo numero di cellulare, sua madre ti spiega fin dove arriva il tuo compito: “non deve diventare troppo intimo per Mia… non vorrei che poi dovesse soffrire quando dovrà essere lasciata!” Fin qui lo psicoanalista riconosce quello che non si deve fare, si attiene al suo compito ma il film insinua una impossibile astinenza rivendicando la tua dimensione soggettiva.
Dov’è l’analista?
“A questa bambina serve un padre… “ciao Mia, sono tuo padre...sono tuo padre” Poi dopo che hai fatto le prove e ti sei preparato vai in scena per davvero e incontri Mia e puoi dirle in modo goffo “ciao Mia sono tuo padre!” La fortuna dell’analisi è che non avevi previsto la reazione di Mia.: “ti odio” e lei ti lancerà contro lo zaino che sua madre – la tua cliente – aveva comprato perché tu potessi piacere a Mia perché sua madre – la tua cliente – ha bisogno che Mia frequenti la scuola particolarmente importante che non l’accetta se non ha un padre. Mi sono chiesto: Philip, di chi si deve occupare? Ovvio: Mia e Gan! ma molto presto, nel film è chiaro che la madre di Mia e la figlia di Gan ne rappresentano la configurazione seduttiva. Sono loro che ti chiedono di realizzare un proprio bisogno e, attraverso te, possono riconoscerne la sterilità. Infatti tu ti sintonizzerai con Mia e con Gan Furukawa perché Mia, come te, non ha un padre e Gan Furukawa, come te, è stato dimenticato come attore. I tuoi clienti, invece, ti attaccheranno perché tu “ti stai facendo coinvolgere troppo” Gli analisti conoscono bene il dolore delle separazioni ed è facile interpretare al paziente il lutto e le perdite. Il film mi ha fatto pensare alla complessità e alla ricchezza di sintonizzarsi e partecipare al dolore di chi si separa perché lo puoi cogliere se quel dolore, nella stanza di analisi, è anche, profondamente, tuo. Philip Vanderploeg non deve fare il padre, ma è chiamato ad essere una persona che ti deve lasciare proprio quando le tue domande e le tue telefonate lo emozionano profondamente. Sei chiamato ad esserlo per finta perché “queste persone ti guardano come se ti aspettassero da tutta la vita!” Ma poi “quello che scoprirai è che le porterai con te!” (Aiko, la collega).
Un analista coglie nel film che, nonostante quello che si vuol far credere, l’analisi non è finta, ma è una esperienza reale e vera, dove puoi scoprire che il dolore, questa volta, non è solo tuo ma è anche di tuo padre che ti lascia. Quel dolore non può essere evitato, ma sai che appartiene alla vita delle persone e tu puoi restituirlo, non tanto come interpretazione, ma come condivisione di uno stato affettivo intimo. Il film pone una domanda che per uno psicoanalista diviene di particolare importanza: ma gli analisti, quando con i pazienti ci si saluta (dopo una seduta, per i we, per le vacanze, per la fine dell’analisi…) provano qualche forma di dolore? E di che dolore si tratta? Ed è sufficiente il controtransfert o si tratta di un (sano?) dolore tuo che mantieni e curi come fertile esito di quell’analisi? Capisco meglio, ora, perché qualche volta mi trovo a ribadire ai pazienti che “il dolore non è una malattia e per fortuna esiste”. Infatti, Philip con i suoi clienti, scopre che “quella organizzazione del Sé diventa la mia ‘natura’; quegli attaccamenti diventano il mio senso di delle possibilità all’interno della comunità degli altri” (Mitchell, 1988, 249). Il film, e la psicoanalisi che vede l’analista come coinvolto in prima persona nel processo, si occupano di evidenziare il lato buio della luna, quello che – anche se sai che c’è – nessuno riesce a vedere mai e, qualche volta, passa nella stanza di analisi.
Alla fine, Mia non ti chiede di “essere suo padre”, ma finalmente di “formulare” una sensazione dolorosa che fino a quel momento non aveva nome, ovvero che lei non ha un padre, ma potrà conoscere finalmente la propria vita senza filtri.
ruoli e transiti
A me il film ha fatto pensare che la seduzione e suggestione possono essere posizioni inconsce, transiti necessari dei processi analitici. Il problema non è se sia giusta la suggestione/seduzione: ovvio che no! Ma forse queste posizioni non appartengono all’analista, appartengono inevitabilmente al processo che consegna un ruolo all’analista (Sandler, 1976). Il problema è quando la seduzione/suggestione si cristallizza come seduttiva struttura dissociativa (Bromberg, 2006), mentre l’analista è chiamato a sostenere un ruolo che lo vede come un padre che può abbandonati ancora: “mi devi promettere che non ci lascerai più e non andrai più via!”. In sostanza il problema è se la seduzione/suggestione sia una posizione ed una funzione organizzata che consegna ruoli a paziente e analista oppure se la seduzione/suggestione sia una configurazione necessaria di un processo che abbia una sua precisa parabola. A questo punto l’analista, in una posizione enactment, ti sta promettendo che avrai tutto quello di cui hai bisogno, per poi condividere col paziente che tuo padre ti ha lasciata e finalmente questo accade in una stanza di analisi e Philip può dirti che non è Kevin. Il film, finalmente dice che, la cosa che scopri, ora, è che il dolore della separazione riguarda anche tuo padre e che il problema non è se tuo padre ci sarà o andrà via – questo fa parte delle possibili realtà – ma il tuo diritto è che, qualora tuo padre dovesse lasciarti il dolore è anche suo. Ho pensato che la seduzione/suggestione sia la premessa perché Mia debba poi riconoscerti che le hai fatto male, mentre altri cercano di tenerti in una dimensione dove non devi sapere che tuo padre ti ha fatto del male. Poi tuo padre ti darà il proprio numero di cellulare e questo errore – che gli analisti chiamano enactment – dice che anche lui non riesce a lasciarti e che, in qualche modo, sconosciuto ad entrambi, davvero non ti lascerà mai. Tua madre, che a modo suo vuole proteggerti ti suggerisce di non affezionarti troppo a tuo padre Kevin. Le rispondi che “lui mi ascolta, mentre tu mi dai solo ordini”. Si potrebbe pensare che anche “fare del male” fa parte della funzione riconosciuta ad un analista. Gli analisti riconoscono che si possa anche odiare un paziente (Winnicott, 1947) o che la sofferenza non è un fatto, ma è la funzione di un apparato e riguarda sia il dolore che il piacere La bugia porta dolore ancora più forte quando ti impedisce di soffrire quel dolore (Bion, 1970, 30). Quindi: “anche tu mi hai fatto del male” è una responsabilità enorme e vitale, che chiede all’analista una capacità coraggiosa e raffinata. Anche Gan Furukawa, l’attore ottantenne che devi sedurre con finte interviste, ti chiede di “fargli del male” accompagnandolo – fuori da ogni contratto - ad abbracciare l’albero secolare della sua infanzia. Lì vicino scavi e trovi un contenitore dove, attraverso fotografie in bianco e nero, il tempo aveva congelato un dolore che solo adesso può essere sofferto. Philip è colto da un’esperienza affettiva che lo riguarda e che, a differenza dell’attore, lui (perché è un analista che ha fatto un’analisi e si è formato in un training…) quando il processo lo permette, conosce di cosa si tratta.
Il processo in cui Philip accetta di partecipare necessita di tutte le fasi che il film propone: la suggestione/seduzione; la partecipazione soggettiva, l’alterità, la reciprocità ma pur sapendo che quel percorso è rischioso e seduttivo, non può sapere come tutto questo potrà diventare “effettivo”, ovvero dove porta! Se l’analista lo sapesse allora sarebbe dell’ordine della seduzione, mentre il processo di trasformazione può solo declinarsi attraverso la tua disponibilità a partecipare e in questa partecipazione gli enactment dell’analista segnano il percorso. Le emozioni non possono essere perseguite o evocate, ma possono solo essere rintracciate (potrei dire: subite) quando, senza saperlo consegni il tuo numero di cellulare a Mia (non lo dovresti fare per contratto, ma lo fai perché l’inconscio dell’altro te lo chiede e non è solo controtransfert o ancora meno lapsus…), o ti introduci furtivamente nella casa di Gan Furukawa e con lui vai dove “tutta la storia è iniziata!”. Nell’ultima scena, ho pensato che all’inizio del film il morto si solleva e saluta tutti gli invitati, mentre ora Gan Furukawa giace nella bara e ti viene da aspettati che lui possa sollevarsi e sorriderti. Ma nonostante qualcosa ti spinge ad aspettarti la ripetizione, questa volta sei certo che Gan Furukawa non si solleverà e che finalmente Mia conosce veramente suo padre come uno che la lascerà ma tu hai diritto di sentire che ha voluto darti il suo numero di cellulare perché hai diritto di essere sola in presenza di tuo padre.
In fine. Il film gioca ovviamente sul tema seduttivo della finzione con cui la regista gioca con noi, ma sappiamo che i processi analitici sono veri e reali e la suggestione/seduzione è solo un transito che è sempre sullo sfondo e la finzione, se non si cristallizza nella falsità, è il gioco necessario che ti permette di usarle. Philip e Mia sanno giocare: “qual è il tuo vero nome?”; “mi chiamo Philip”. “E’ fantastico!”. Mia: “E’ forte, ma è finto”; “Sai, a volte fa bene fingere!”
“l’ambizione educativa è infruttuosa quanto l’ambizione terapeutica”
(Freud, 1912, 539).
Riferimenti bibliografici
Bion W.R., Attenzione e interpretazione (1970), Armando, Roma, 1973.
Bleger J. (1964). Il colloquio psicologico (suo impiego nella diagnosi e nella ricerca), in: Psicoigiene e psicologia istituzionale, Lauretana, Loreto, 1989.
Bromberg Ph. M. (2006). Destare il sognatore, Cortina, Milano, 2009.
Freud S. (1912). Consigli al medico nel trattamento analitico. OSF, 6.
Mitchell S.A. (1988). Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi. Per un modello integrato. Torino, Boringhieri, 1993.
Sandler J. (1976). Countertransference and role-responsiveness. Int. Rev. Psycho-Anal., 3, 43-47.
Winnicott D. W. (1947). L’odio nel controtransfert, in Dalla pediatria alla psicoanalisi, Martinelli, Firenze.